- Approfondimento - Viviana Persiani
Apofruit a Marca, PL e filiera ortofrutticola
A Marca, fiera di riferimento per la private label, il gruppo cooperativo Apofruit, con le sue realtà produttive e commerciali, si presenta alla Distribuzione con un messaggio chiaro: nel perimetro di gruppo rientrano anche realtà come Canova e Mediterraneo Group, con un paniere che copre calendari e categorie diverse e con un’impostazione che mira a garantire continuità di fornitura e programmazione, presidiare la PL e, allo stesso tempo, adottare la politica di marca come leva per innovare e dare valore di categoria. Ernesto Fornari, direttore generale del gruppo, inquadra così la presenza in fiera: «Marca è una fiera private label. Noi la viviamo con una doppia veste: da una parte c’è il mondo PL, dall’altra il mondo brand, con cui trainiamo l’innovazione. Qui si parla di novità, segmenti e lanci: è un momento di confronto operativo».
Nel bilancio delle campagne, l’attenzione si concentra sull’estivo 2025, condizionato da ritorni di freddo in primavera. «Pesche, nettarine e albicocche hanno avuto una campagna scarsa dal punto di vista produttivo, ma molto interessante dal punto di vista commerciale: il mercato è stato reattivo e i prezzi hanno sostenuto il lavoro degli agricoltori». Per la cooperativa, aggiunge, la stagione estiva resta strategica anche per la continuità dei magazzini e delle maestranze: «Avere volumi, anche in annate difficili, significa difendere organizzazione, servizio e relazione con i clienti».
Tra i temi centrali portati a Marca c’è la fragola, con un focus sulla valorizzazione d’origine. «Siamo contenti perché recentemente è stata riconosciuta l’Igp della fragola della Basilicata: è un passaggio importante per un prodotto che richiede investimenti e attenzione tecnica. La leva varietale serve a coprire calendario e qualità, con riferimenti a Sabrosa, Rossetta e Inspire, e con un obiettivo dichiarato: dare risposte agli agricoltori e al trade in un contesto in cui il clima sposta finestre produttive e aumenta l’incertezza».
Il cambiamento climatico, infatti, attraversa tutto il ragionamento. «Oggi dobbiamo seguire i cambiamenti climatici: grandinate, parassitosi e areali che cambiano impongono scelte rapide, anche sugli impianti». L’esempio più critico è la pera: «La produzione di questa specie sta crollando, con una riduzione drastica dei volumi in pochi anni. Temperature anomale, impianti che invecchiano, difficoltà di protezione e sostenibilità economica della coltura. C’è la necessità di alternative credibili e per questo si guardano anche progetti club come la pera Fred. Il produttore, però, dopo quello che ha vissuto, chiede garanzie».
Sulle mele, Apofruit richiama il tema della razionalizzazione di gamma e della riconoscibilità. «Il consumatore ha bisogno di essere guidato: troppe varietà in poco tempo rischiano di creare confusione». Da qui il valore dei brand consolidati e delle scelte assortimento, dal blocco delle precoci fino alla Pink: «Ci sono marchi che aiutano la categoria, perché costruiscono fiducia e leggibilità».
Il driver di crescita più evidente, però, è il kiwi. «Siamo tornati a circa 430.000 quintali: per noi è diventata la prima specie. Il gruppo, infatti, punta sul giallo e sui progetti premium, con investimenti importanti: oggi un impianto può arrivare ad un investimento di 70 mila euro per ettaro, tra strutture e gestione tecnica». Accanto alle scelte agronomiche, il direttore generale sottolinea la leva industriale: «Stiamo investendo in tecnologia per migliorare qualità e controllo, anche per intercettare difetti non solo esterni. Significa una riduzione degli sprechi e una gestione più efficiente della conservazione».
Sul kiwi, oltre ai progetti internazionali, viene richiamato anche il lavoro su varietà e areali italiani. «Stiamo crescendo in territori come il Lazio e la Calabria, compresa la zona della Piana di Gioia Tauro, dove ci sono condizioni interessanti. Il kiwi Dulcis®, un’innovazione varietale, è un progetto italiano che seguiamo con attenzione, perché può aprire ulteriori opportunità».
Il quadro non prescinde dalle regole del gioco. «Sul Mercosur e sugli accordi commerciali il punto è semplice: le norme devono essere le stesse per tutti, altrimenti la concorrenza non è leale». E lo stesso approccio viene esteso a due diligence e compliance richieste dalle insegne: «i clienti PL hanno sempre più obblighi e controlli sul fornitore: bisogna essere strutturati».
Infine, il biologico e la gestione a scaffale. Il direttore generale quantifica il perimetro: «il Gruppo fa circa 320 milioni di fatturato, con una quota bio rilevante. All’estero pesa di più la PL, mentre in Italia continua il lavoro di marca con progetti di reparto. Per questo stiamo sviluppando lo shop in shop, le isole gestite direttamente: l’obiettivo è aumentare assortimento, ridurre rotture e valorizzare la categoria. Abbiamo un traguardo di 75 isole e i risultati stanno arrivando. In questo Quadro - conclude - marchi come Solarelli e Almaverde Bio servono a dare identità, mentre la private label resta una leva fondamentale per coprire canali e mercati. La logica è fare sistema, con una filiera cooperativa che tenga insieme produzione, servizio e qualità».