01/03/2015
Largo Consumo 03/2015 - pagina 71 - Notizia breve - 1/4 di pagina
 
 

Ristoratori giovani più a rischio chiusura

Quello del ristoratore non è evidentemente un mestiere che si improvvisa. Lo denota la falcidie di nuovi operatori, uno su 4 costretto a chiudere dopo appena 24 mesi di attività. Frutto spesso di inesperienza legata anche alla giovane età, tenuto conto che, secondo stime Fipe-Confcommercio , il 40% [...] Leggi tutto

Quello del ristoratore non è evidentemente un mestiere che si improvvisa. Lo denota la falcidie di nuovi operatori, uno su 4 costretto a chiudere dopo appena 24 mesi di attività. Frutto spesso di inesperienza legata anche alla giovane età, tenuto conto che, secondo stime Fipe-Confcommercio, il 40% di chi avvia un bar o un bistrot ha meno di 35 anni. Tra gli errori più frequentemente commessi: il format sbagliato e la sottovalutazione dei costi fissi, per esempio per l’affitto o le spese per il personale. Fatto sta che le stime parlano di 5.500 locali aperti da giovani nelle principali province italiane nei primi 9 mesi del 2014 e che, in almeno tre delle maggiori, Roma, Milano, Torino, il ritmo delle aperture continua a essere sostenuto: ne sono stati inaugurati rispettivamente 687 nella Capitale, 679 a Milano e 376 nel capoluogo piemontese. La media viaggia all’incirca con una velocità di due nuovi locali al giorno, con le città che continuano a rappresentare il polo di attrazione maggiore, lasciando all’hinterland un ruolo marginale. Per quanto riguarda invece gli esercizi di tradizione familiare, sempre più spesso i figli rifiutano di seguire le orme dei genitori e questo determina il passaggio di mano nella gestione. Peraltro, in merito al tasso di sopravvivenza delle nuove attività, le associazioni non dispongono di dati certi: si sa, approssimativamente, che il 27% è destinato a una rapida chiusura e che questo trend cresce esponenzialmente nel caso degli under 35. A spingere ad avventurarsi nel settore è la sensazione che la ristorazione ponga meno barriere all’ingresso di chi, non trovando un’occupazione, decide di votarsi al lavoro autonomo: una situazione che ricorda quella degli operai degli anni Ottanta che si improvvisavano imprenditori. Dal concept iniziale può invece dipendere la riuscita o la compromissione di mesi di lavoro. A questo si aggiungono le tasse e i costi fissi che, per un ristorante, vengono calcolati in media di 800 euro al metro quadro. Di qualche maggiore agevolazione possono godere le start up di certe dimensioni, vale a dire catene di una certa taglia, che possono rivolgersi a fondi di private equity: per le altre c’è la speranza di poter usufruire degli incentivi previsti dai programmi operativi regionali, attivi però a macchia di leopardo e soprattutto al Nord.

 
Autore: Redazione di Largo Consumo
 
Tag argomenti: Bar Ristorazione
 
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Tag citati: Fipe-Confocommercio

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