01/12/2015
Largo Consumo 12/2015 - pagina 53 - Notizia breve - 2/3 di pagina
 
 

Federalimentare sulle carni contro l’OMS

Federalimentare sta valutando, insieme ad alcuni studi legali svizzeri e ad altre federazioni di industriali a livello europeo, di citare per danni l’ Organizzazione Mondiale della Sanità ( OMS ) per la grave imprudenza mostrata nella comunicazione riguardante lo studio sulle carni rosse o trasforma [...] Leggi tutto

Federalimentare sta valutando, insieme ad alcuni studi legali svizzeri e ad altre federazioni di industriali a livello europeo, di citare per danni l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la grave imprudenza mostrata nella comunicazione riguardante lo studio sulle carni rosse o trasformate in quanto non corrispondente a quanto attestato dagli elementi certi a disposizione.

La notizia si è appresa dalle dichiarazioni dello stesso presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia. Si tratta di una reazione del resto prevedibile, visti i dati resi noti dalle associazioni di categoria Assica e Assocarni in rapporto alla prima settimana successiva alla comunicazione dell’OMS che rileva un presunto collegamento fra il consumo di carne e l’insorgenza di tumori: secondo le due fonti di rappresentanza industriale solo in Italia si è riscontrata una drastica riduzione delle vendite del -17% per i wurstel, del -14,7% per la carne in scatola, del -11,6% per la carne elaborata, del -9,8% per i salumi e del -6,8% per la carne fresca. Una clamorosa emorragia di vendite dipendente dalla diffusione dei risultati di uno studio ancora in corso di revisione di cui non è stata ancora fornita, né agli Stati membri dell’organizzazione, né agli addetti ai lavori, la documentazione completa. L’analisi peraltro contiene anche l’esplicita ammissione di un’evidenza scientifica “limitata” per quanto riguarda il rapporto tra il cancro e il consumo di carne rossa”. È stato lo stesso Scordamaglia a stigmatizzare il fatto che, come ha affermato, «Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un indiscriminato accanimento da parte dell’OMS nella formulazione di raccomandazioni riguardanti il corretto approccio dei consumatori a specifiche categorie di alimenti o singoli nutrienti. Tali raccomandazioni, influenzando a livello internazionale le politiche sanitarie di ben 194 Paesi, nonché i comportamenti e gli stili di vita di miliardi di persone, dovrebbero sempre essere supportate da robuste evidenze scientifiche, come stabilito da risoluzione approvata all’unanimità dall’Executive Board dell’OMS lo scorso gennaio ». Del resto, secondo lo stesso Scordamaglia, «lasciano perplessi gli attacchi allarmistici sullo zucchero, sulla carne e quelli annunciati sul caffè, dal momento che l’estrema carenza di basi scientifiche solide è rilevata dallo stesso sistema di valutazione scientifica, denominato GRADE, ufficialmente in vigore all’OMS».

A confortare tali perplessità sono i dati di una statistica pubblicata nel settembre 2013 dal Journal of Clinical Epidemiology da cui si evince la notevole frequenza, ben il 55% dei casi, di raccomandazioni dell’OMS emesse con “bassa o molto bassa evidenza scientifica”. Da quanto si apprende da questo studio, mai smentito, nei 6 anni dal gennaio 2007 alla fine del 2012, l’OMS ha pubblicato 289 raccomandazioni definite “forti”, ma di queste 95 erano fondate su un livello di evidenza scientifica classificato come “basso” e 65 addirittura “molto basso”. Nella somma tra le une e le altre si tratta dunque di oltre la metà. Queste risultanze non sono state confutate nemmeno dal rappresentante dell’OMS presso la Ue, Roberto Bertollini, ascoltato lo scorso 10 novembre dalla Commissione Ambiente e Difesa del consumatore del Parlamento Europeo per rispondere a un’audizione nel corso della quale i rappresentanti di tutti i partiti hanno deprecato l’eccessivo allarmismo e la scarsa accuratezza della comunicazione da parte dell’OMS. Del resto, ricorda Scordamaglia nella sua presa di posizione, «sono sempre i burocrati dell’OMS ad aver inventato i cosiddetti profili nutrizionali degli alimenti alla base dei semafori alimentari britannici, che hanno marchiato con bollino rosso il latte intero, l’olio extravergine d’oliva e il Parmigiano Reggiano e contro cui la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione comunitaria».    Si tratta di una reazione del resto prevedibile, visti i dati resi noti dalle associazioni di categoria Assica e Assocarni in rapporto alla prima settimana successiva alla comunicazione dell’OMS che rileva un presunto collegamento fra il consumo di carne e l’insorgenza di tumori: secondo le due fonti di rappresentanza industriale solo in Italia si è riscontrata una drastica riduzione delle vendite del -17% per i wurstel, del -14,7% per la carne in scatola, del -11,6% per la carne elaborata, del -9,8% per i salumi e del -6,8% per la carne fresca. Una clamorosa emorragia di vendite dipendente dalla diffusione dei risultati di uno studio ancora in corso di revisione di cui non è stata ancora fornita, né agli Stati membri dell’organizzazione, né agli addetti ai lavori, la documentazione completa. L’analisi peraltro contiene anche l’esplicita ammissione di un’evidenza scientifica “limitata” per quanto riguarda il rapporto tra il cancro e il consumo di carne rossa”. È stato lo stesso Scordamaglia a stigmatizzare il fatto che, come ha affermato, «Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un indiscriminato accanimento da parte dell’OMS nella formulazione di raccomandazioni riguardanti il corretto approccio dei consumatori a specifiche categorie di alimenti o singoli nutrienti. Tali raccomandazioni, influenzando a livello internazionale le politiche sanitarie di ben 194 Paesi, nonché i comportamenti e gli stili di vita di miliardi di persone, dovrebbero sempre essere supportate da robuste evidenze scientifiche, come stabilito da risoluzione approvata all’unanimità dall’Executive Board dell’OMS lo scorso gennaio ». Del resto, secondo lo stesso Scordamaglia, «lasciano perplessi gli attacchi allarmistici sullo zucchero, sulla carne e quelli annunciati sul caffè, dal momento che l’estrema carenza di basi scientifiche solide è rilevata dallo stesso sistema di valutazione scientifica, denominato GRADE, ufficialmente in vigore all’OMS». A confortare tali perplessità sono i dati di una statistica pubblicata nel settembre 2013 dal Journal of Clinical Epidemiology da cui si evince la notevole frequenza, ben il 55% dei casi, di raccomandazioni dell’OMS emesse con “bassa o molto bassa evidenza scientifica”. Da quanto si apprende da questo studio, mai smentito, nei 6 anni dal gennaio 2007 alla fine del 2012, l’OMS ha pubblicato 289 raccomandazioni definite “forti”, ma di queste 95 erano fondate su un livello di evidenza scientifica classificato come “basso” e 65 addirittura “molto basso”. Nella somma tra le une e le altre si tratta dunque di oltre la metà. Queste risultanze non sono state confutate nemmeno dal rappresentante dell’OMS presso la Ue, Roberto Bertollini, ascoltato lo scorso 10 novembre dalla Commissione Ambiente e Difesa del consumatore del Parlamento Europeo per rispondere a un’audizione nel corso della quale i rappresentanti di tutti i partiti hanno deprecato l’eccessivo allarmismo e la scarsa accuratezza della comunicazione da parte dell’OMS. Del resto, ricorda Scordamaglia nella sua presa di posizione, «sono sempre i burocrati dell’OMS ad aver inventato i cosiddetti profili nutrizionali degli alimenti alla base dei semafori alimentari britannici, che hanno marchiato con bollino rosso il latte intero, l’olio extravergine d’oliva e il Parmigiano Reggiano e contro cui la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione comunitaria».   

 
Autore: Redazione di Largo Consumo
 
Tag argomenti: Carni rosse Salute, Sanità e Benessere
 
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Tag citati: Assica Assocarni Bertollini Roberto Commissione Ambiente e Difesa del consumatore del Parlamento Europeo Commissione Europrea Federalimentare Journal of Clinical Epidemiology O.M.S. Organizzazione mondiale della sanità Permigiano Reggiano Scordamaglia Luigi

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