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02/11/2018
Largo Consumo 11/2018 - Notizia breve - pagina 5 - 1/6 di pagina - Salomone Luca
 
 
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Bruno (Quomi.it): “I servizi di meal kit riescono a rimanere complementari e sinergici alla grande distribuzione”

Commenti dei lettori alla riflessione apparsa sulla copertina del 7-8/2018

Sulla tendenza crescente a ordinare la cena al ristorante, per poi consumarla a casa, la banca svizzera Ubs ha appena pubblicato uno studio in cui si prevede che il food delivery passi dai 35 miliardi di dollari attuali (a livello mondiale) ai 365 miliardi del 2030.

Se stiamo dunque andando verso un modo di vivere che vedrà sempre più le persone lontane dalle preparazioni alimentari domestiche e conseguenti minori approvvigionamenti presso supermercati e negozi, quale sarà il destino di molte insegne distributive?

Risponde

Andrea Bruno, Co-founder Quomi.it

 

“L’attuale modello del food delivery ha pericolose incrinature dal punto di vista economico a causa dei margini di contribuzione molto bassi. Viene guardato con attenzione dalla Gdo, che però difficilmente potrà erogare un simile servizio, o conquistarlo con operazioni di acquisizione. I servizi di meal kit come quello di Quomi riescono invece a rimanere complementari e sinergici alla grande distribuzione”

Commenti dei lettori alla riflessione apparsa sulla copertina del 7-8/2018

Sulla tendenza crescente a ordinare la cena al ristorante, per poi consumarla a casa, la banca svizzera Ubs ha appena pubblicato uno studio in cui si prevede che il food delivery passi dai 35 miliardi di dollari attuali (a livello mondiale) ai 365 miliardi del 2030.

Se stiamo dunque andando verso un modo di vivere che vedrà sempre più le persone lontane dalle preparazioni alimentari domestiche e conseguenti minori approvvigionamenti presso supermercati e negozi, quale sarà il destino di molte insegne distributive?

Risponde

Andrea Bruno, Co-founder Quomi.it

 

Il food delivery desta notevoli perplessità sotto diversi aspetti. Innanzitutto dal punto di vista della creazione di valore, in quanto si inserisce tra gli “asset owners” – ossia i ristoranti – e i clienti finali senza tuttavia aumentare il valore della proverbiale torta, ma semplicemente erodendone un po’ da entrambi. Lato ristoranti, infatti, i maggiori ricavi sono compensati sia dalla perdita di marginalità derivante delle fee di servizio sia dall’aumentata competizione online, che può ridurre la clientela abituale; i consumatori, dall’altro lato, non allocano una fetta maggiore del proprio portafoglio al cibo (né mangiano più frequentemente) solo perché ricevere pasti a domicilio è diventato più semplice. Quest’ultimo aspetto è quanto mai vero soprattutto se il costo della consegna a casa non riflette il vero valore del servizio.

Una seconda perplessità deriva dalla scalabilità: al crescere dei volumi possono aumentare le diseconomie di scala, o a causa dell’incremento dei costi di gestione dei rider, o a causa della riduzione delle fee di servizio derivanti dai meccanismi concorrenziali degli altri operatori.

Una terza e ultima incertezza è dovuta alla geografia: il modello del food delivery può funzionare bene solo in bacini ad alta densità, come Londra e Parigi. Molto più difficile destreggiarsi a Milano che, per quanto grande, ha poco più di un milione di abitanti e peraltro non tutti coperti dai rider.

Dal punto di vista economico tali perplessità si riflettono – e trovano conferma - nella marginalità operativa molto bassa espressa nei bilanci dei maggiori operatori e dalle perdite sempre crescenti.

Detto questo è evidente comunque che la ristorazione a domicilio crescerà anche da noi, ma in modo più modesto e difficoltoso visto che, secondo l’Istat, più del 70% degli italiani vive in centri medio piccoli. E infatti Quomi ha deciso di rivolgersi anche alla provincia e agli hinterland.

Il food delivery deve fare evolvere il modello attuale e alcuni operatori, per il momento all’estero, stanno tentando la via delle “dark kitchen” avvalendosi di spazi nei quali si preparano i cibi limitando i costi. Si sta cercando anche di allacciare ristoratori dotati della propria flotta di rider, aprendo un marketplace ibrido di ispirazione JustEat.

Nonostante le sue sfaldature, la Gdo guarda con estrema attenzione al tema del ristorante a domicilio, che oggi non riesce a presidiare e che difficilmente potrà conquistare con acquisizioni, anche se sta tentando di resistere con proprie offerte di gastronomia e piatti pronti.

Diversamente la grande distribuzione non ha gravi preoccupazioni in fatto di e-commerce, perché si sta adeguando e impossessando dello strumento, specie nell’alimentare.

Quomi, che offre box con ingredienti di alta qualità per preparare in casa i propri piatti, magari aiutati dalle ricette del nostro sito, ha parecchi clienti che si rivolgono anche ai servizi online della moderna distribuzione. Anche se l’azienda amplierà la propria offerta, con un proprio e-commerce, si porrà sempre in modo complementare a supermercati e ipermercati, anche grazie a una logica convenience, che vuol dire un assortimento limitato rispetto al super, ma disponibile con semplicità e anche nelle fasce orarie più scomode. E infatti la Dmo ha acquistato, oltre confine, diverse start up attive nella ristorazione a casa.

Noi lavoriamo con una formula di abbonamento, che è una bella sfida per il mercato. Tuttavia parliamo di un abbonamento flessibile, simile al modello di Netflix, che si può disdire e riattivare a piacimento. Il modello ci permette di essere competitivi nei prezzi, come è competitiva Netflix: basta pensare a quanto costerebbe questa piattaforma se si dovesse pagare il noleggio di ogni singolo film, come si faceva da Blockbuster, che infatti, anche per questo motivo, ha avuto il destino che tutti conosciamo.

 
 
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Tag argomenti: Commercio elettronico Ristorazione
 
Tag citati: Bruno Andrea, Istat, JustEat, Netflix, Quomi.it, Ubs

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