01/03/2017
Largo Consumo 03/2017 - Notizia breve - pagina 112 - 1/6 di pagina - Salomone Luca
 
 
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Berruto (Pasta Berruto): "Qualsiasi produzione su scala industriale deriva da un giusto mix fra materia prima nazionale e internazionale"

La cerealicoltura italiana sempre più rivolta a soddisfare con coltivazioni di nicchia le esigenze di un crescente pubblico di consumatori attento alla qualità e salubrità degli alimenti, ma attualmente minoritario, sta progressivamente abbandonando la coltivazione, su larga scala, delle nostre tradizionali commodity.

Quale diverso tipo di Made in Italy ci attende se le aziende pastarie e dolciarie nazionali dovranno per le loro produzioni ricorrere, in misura sempre maggiore, alle commodity standard di provenienza estera?

Risponde

Stefano Berruto, Titolare Pasta Berruto

 

“I prodotti da filiera italiana certificata hanno sicuramente una serie di valori sociali, ambientali e di marketing. Ma questo non permette di screditare sommariamente i grani esteri. Anzi qualsiasi produzione su scala industriale deriva da un giusto mix, quantitativo e qualitativo, fra materia prima nazionale e internazionale”

La cerealicoltura italiana sempre più rivolta a soddisfare con coltivazioni di nicchia le esigenze di un crescente pubblico di consumatori attento alla qualità e salubrità degli alimenti, ma attualmente minoritario, sta progressivamente abbandonando la coltivazione, su larga scala, delle nostre tradizionali commodity.

Quale diverso tipo di Made in Italy ci attende se le aziende pastarie e dolciarie nazionali dovranno per le loro produzioni ricorrere, in misura sempre maggiore, alle commodity standard di provenienza estera?

Risponde

Stefano Berruto, Titolare Pasta Berruto

 

Pretendere di vincolare il concetto di buona pasta italiana all’utilizzo esclusivo di grano nazionale è un’utopia: basta confrontare la produzione interna con il consumo per capire che il nostro Paese ha da sempre la necessità di importare materia prima e questo sia per ragioni quantitative che qualitative.

Chiaramente è in corso, da parte di alcune componenti del nostro mondo agricolo, una campagna che cerca di affermare, o di fare in modo che si affermi, che la pasta, quella vera, si fa solo attraverso una filiera al 100% italiana, cosa che si può anche smentire con facilità, ma che purtroppo finisce ugualmente per indebolire il ruolo dell’industria come garante della qualità e come autrice, insieme agli enti pubblici, di una fitta rete di controlli.

In realtà gli accordi di filiera italiana si fanno, generano sicuramente prodotti validi e affascinanti, ma soddisfano solo una piccola porzione di domanda evoluta. E questo non solo per i quantitativi limitati, ma anche perché il consumatore medio è abituato a comprare un pacco da mezzo chilo a un prezzo che scende fino a 55-75 centesimi. Sebbene accessibile a tutti, la pasta di filiera italiana può costare, invece, molto di più. Va anche detto che i prodotti da filiera italiana certificata hanno un valore di marketing, permettono di creare attenzione, di diversificare un mercato maturo e spesso poco differenziato, come hanno un valore sociale e ambientale, essendo spesso a chilometro zero e stimolando l’evoluzione della nostra agricoltura. Concetti sanissimi, ma che non permettono di screditare sommariamente i grani esteri. Anzi ribadisco che qualsiasi produzione su scala industriale deriva da un giusto mix, quantitativo e qualitativo, fra materia prima nazionale e internazionale. Concludo dicendo che, come Pasta Berruto, azienda fortemente orientata all’export verso un centinaio di nazioni, ci siamo resi conto che l’esigenza della pasta 100% italiana è solo italiana. Gli stranieri non riconoscono questo plus, nonostante reputino importante conoscere l’origine delle materie prime e soprattutto sapere che la pasta che acquistano è fatta in Italia!

 
 
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Tag argomenti: Pasta
 
Tag citati: Berruto Stefano, Paese, Pasta Berruto

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